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Farmaci blockbuster, orphan drugs e aziende che cambiano nome: le ultime tendenze nel brand naming del farmaceutico


Gianluca Billo, amministratore unico di Nomen Italia

Gianluca Billo, amministratore unico di Nomen Italia


Il mercato farmaceutico è affollato, ci sono farmaci che curano malattie o offrono sostegni alla salute di ogni tipo. Ma cosa c’è agli estremi della gamma dei prodotti farmaceutici, su scala globale?

Da un lato i farmaci cosiddetti blockbuster, che fatturano cifre enormi a livello mondiale, disponibili pressoché in ogni paese e in grado di valere da soli le sorti di una azienda. Ecco una lista che elenca i più recenti. Le cifre sono sconvolgenti: per farsi un’idea basti considerare che oggi guidano la classifica (2016) Humira, Harvoni ed Enbrel (farmaci immunologici e per malattie infettive) con un fatturato annuo di 16, 9 e 8 miliardi di dollari rispettivamente. Queste cifre fanno impallidire persino il ben noto Viagra, farmaco per disfunzioni erettili, il quale non figura neppure tra i primi 20 farmaci più venduti al mondo e compare “solo” tra i top seller del 2013 (alla 40esima posizione) con 300 milioni di dollari fatturati al quadrimestre. Tutta la lista qui.

Per questa particolare classe, se vogliamo chiamarla così, di farmaci, il brand naming ha preso quasi subito una piega decisa verso il suono indipendente e il nonsense. Un buon numero di questi farmaci non richiama nessuna molecola o fa riferimento alla malattia che intende curare, è libero, svincolato e promette di non incontrare alcun ostacolo presso le agenzie del farmaco che dovranno autorizzare la sua uscita in commercio. La tendenza per i blockbuster è pertanto diventata una pura tendenza linguistica. Prendiamo il caso di un farmaco per l’epatite: Sovaldi, anch’esso nella lista dei farmaci più venduti al mondo, molto efficace e innovativo, a detta della comunità scientifica. Perché Sovaldi? Cosa significa? A noi italiani suona come un cognome. Ebbene, Sovaldi non significa nulla, ma possiede sillabe universali, è facile da pronunciare e riconoscibile ovunque. Nelle aziende farmaceutiche che producono, o ambiscono a produrre, questo tipo di farmaci quindi il marketing è ancor di più una funzione strategica: il nome fa la differenza. Ma il tema e il prodotto devono essere veramente di frontiera e innovativi, altrimenti il prodotto non reggerà il nome, come un vestito che va saputo indossare. 

All’estremo opposto troviamo le cosiddette orphan drugs, i farmaci orfani, volti a curare malattie rare, ovvero quelle che colpiscono intorno allo 0,5 per mille (o meno) della popolazione mondiale: rappresentando questi farmaci una nicchia molto ridotta di mercato, di norma scarsamente appetibile dal punto di vista del business, l'impegno nella loro produzione rappresenta la nuova frontiera della medicina tradizionale, traducendosi nel riconoscere i bisogni di tutti gli individui e rendere loro disponibili cure che altrimenti non lo sarebbero. Anche in questo caso la partita delle aziende si gioca a livello globale, ma questa volta per ragioni di dimensioni minime di mercato. L’Italia gioca questa partita.

L’ambito delle orphan drugs è particolare all’interno del già peculiare mercato farmaceutico, addentrandosi decisamente nel mondo della ricerca medica: il processo di messa a punto dei farmaci è lungo e incerto e la difficoltà parte proprio dalla diagnosi (data appunto la rarità della malattia da curare). Quando la frequenza di una certa patologia raggiunge un livello minimamente significativo, si lavora alla creazione di un farmaco vero e proprio. Ma gli investimenti sono sempre ingenti e rischiosi (data la dimensione ridotta del mercato) e quindi, di base, i farmaci orfani non sono un mercato appetibile per le aziende.

Ecco, quindi, che entra in gioco lo Stato, il quale riconosce agevolazioni alle aziende farmaceutiche che investono sui farmaci orfani, all’interno del quadro più ampio degli stanziamenti alla salute. Le agevolazioni sono principalmente di tipo finanziario e fiscale, sconti sui costi per inviare le domande agli enti regolatori, garanzia dell’esclusività di mercato per 7-10 anni.  In assenza di questi stanziamenti, fare ricerca e produrre farmaci orfani risulterebbe troppo costoso, sia per le aziende alle quali non converrebbe produrli, che per i cittadini, che non potrebbero permetterseli. Ma se la ricerca ha successo e il farmaco funziona, questo dà lustro all’azienda e ai governi che l’hanno sostenuta. Una nicchia di mercato quindi, quella delle orphan drugs, ma con potenzialità e possibili benefici per tutti (aziende, governi, collettività). Il sistema di incentivi per ora ha avuto grande successo: tra i farmaci orfani sviluppati con il sostegno pubblico a livello globale vanno ricordati quelli per il trattamento del glioma, del mieloma multiplo, della fibrosi cistica e della fenilchetonuria.

Entriamo nel campo specifico del brand naming: nella fase in cui le aziende farmaceutiche analizzano le patologie rare in maniera sperimentale, i farmaci test che utilizzano non hanno nome. Successivamente, quando il farmaco è pronto per la distribuzione, il suo status di farmaco orfano deve essere innanzitutto riconosciuto dall’agenzia del farmaco nazionale. Per l’approvazione della messa in commercio, invece, dovrà seguire lo stesso percorso di qualsiasi altro tipo di farmaco: il nome dovrà possedere caratteristiche in grado di superare gli sbarramenti delle agenzie del farmaco a tutela della salute pubblica, come evidenziato nel nostro ultimo post, ma poiché la partita si gioca – come detto - a livello globale e quindi le agenzie del farmaco sono più di una, anche qui la tendenza è di distaccarsi in maniera più o meno decisa dalla denominazione del principio attivo e di concentrarsi ove possibile su aspetti come i valori aziendali e l’impegno contro le malattie rare. Alla fine del 2007, l'FDA e l'EMA hanno raggiunto un accordo per uniformare la regolamentazione sui farmaci orfani, proponendo la riduzione del tempo e dei costi impiegati dalle case farmaceutiche per la messa in commercio. Tuttavia, le due agenzie mantengono ancora iter di approvazione diversificati.

A questo link si trova l’elenco ufficiale dei farmaci orfani commercializzati in Italia a cura dell’Agenzia Italiana del Farmaco.

Anche il naming delle aziende farmaceutiche mostra delle tendenze chiare e sta cambiando molto rispetto al passato. Ormai l’affidabilità, la ricerca, la professionalità sono caratteristiche che si danno quasi per scontate: se non le hai sei fuori dai giochi e non puoi esistere in questo mercato. Se ci sei, possiedi queste caratteristiche, quindi il tuo nome mi deve dire qualcosa in più. Su cosa? Sull’ambito in cui operi e sui tuoi valori.

Per questo motivo, parlando di orphan drugs, si osservano aziende che cambiano nome nel senso delle biofarmaclogia e delle malattie rare perché sempre più spesso i nuovi player, che cercano di occupare nicchie di mercato con profitto, sono orientate (anche) verso questi ambiti.

Ha battuto la strada in Italia, insieme ad altri, Kedrion, che già nel 2001 cambiò nome da Farma Biagini: scelse per sé, con il nostro supporto, un nome anticonvenzionale, di fatto in linea con le tendenze di naming per i farmaci delle malattie rare, ambito nel quale l’azienda è impegnata.

Passando all’estero, all’inizio dell’anno un nuovo player dello sviluppo e commercializzazione di farmaci per malattie rare ha scelto come proprio Leadiant Biosciences per affermare in modo ancora più chiaro il suo obiettivo di leadership nel campo delle malattie rare.

Evoluzione di Sigma Tau Pharmasource è Exelead, un contract manufacturer specializzato nella creazione di piccole composizioni liposomiche e pegilate che, attraverso il suo nome, fa riferimento a un elemento fondamentale della propria value proposition: la capacità di condurre in maniera eccellente il percorso produttivo, gestionale e di verifica clinica e regolatoria dei propri prodotti.

Una ulteriore peculiarità da sottolineare è l’esistenza in questo settore delle cosiddette Crown corporation, aziende farmaceutiche a partecipazione statale per la ricerca e la produzione di farmaci orfani, come forma di sostegno pubblico al settore. Anche la partecipazione statale è un elemento che entra in gioco quando viene individuato il nuovo nome.

Leadiant Biosciences, la nuova azienda biofarmaceutica dedicata interamente ai farmaci per le malattie rare

 
 
 
 

Leadiant Biosciences è il nome creato da Nomen Italia per una nuova azienda biofarmaceutica che ha scelto di occuparsi di una nicchia specifica del mercato del pharma: lo sviluppo e commercializzazione di farmaci per la cura delle malattie rare.

Il nuovo nome si basa su tre assi principali: l’autorevolezza nel condurre (to lead) ricerche e sviluppare nuove molecole, la fedeltà (allegiant = fedele, leale), combinati con l’impegno nella propria missione (biosciences). La costruzione del nuovo nome è in linea con la tendenza attuale delle newco farmaceutiche di esprimere con chiarezza i propri valori e il proprio ambito di intervento, supportato dalla tag line, che in questo caso è particolarmente centrata: rare dedication to rare diseases

Leadiant Biosciences denomina sia la società holding con sede in Italia (Leadiant Biosciences Spa) che le filiali americana (Leadiant Biosciences Inc.) ed europee.

I farmaci per la cura delle malattie rare, che colpiscono intorno allo 0,5 per mille della popolazione mondiale, rappresentano una nicchia molto ridotta di mercato, di norma scarsamente appetibile dal punto di vista del business. L'impegno nella loro produzione, sviluppo e commercializzaizone rappresenta la nuova frontiera della medicina tradizionale, traducendosi nel riconoscere i bisogni di tutti gli individui e rendere loro disponibili cure che altrimenti non lo sarebbero.

Leadiant Biosciences dedica considerevoli risorse scientifiche e finanziarie alla ricerca, sviluppo e diffusione di nuovi farmaci e terapie per combattere le malattie rare, migliorando la qualità della vita dei pazienti, e desidera, con Il nuovo nome, rendere chiaro il suo impegno in prima linea su questo fronte.

Un percorso a ostacoli e un luogo per addetti ai lavori: tutte le peculiarità del brand naming nel farmaceutico


Gianluca Billo | Amministratore Unico Nomen Italia

 

Il settore farmaceutico, a livello di brand naming, presenta una doppia sfida per aziende e agenzie: non solo bisogna infatti trovare un nome giusto, che funzioni e che rispetti le norme legali in tema di marchi (e quindi non si sovrapponga in maniera confusoria ad altri marchi già registrati), ma anche che sia in grado di confrontarsi con la regolamentazione statale che pone un ulteriore filtro ai nomi registrabili, a tutela della salute pubblica.

Piccola premessa d’obbligo: le peculiarità del settore farmaceutico

Come gli addetti ai lavori sanno, e come ben illustra il Garante della Concorrenza e del Mercato, il settore farmaceutico è (non solo in Italia) diverso da tutti gli altri sotto molti profili (della segmentazione dell’offerta, della politica dei prezzi, delle normative, solo per citarne alcuni). Ciò avviene per motivi riconducibili alla natura dei beni e alla forte interdipendenza fra gli interessi dei numerosi agenti coinvolti (imprese farmaceutiche, Sistema Sanitario Nazionale, ordine dei medici e dei farmacisti, consumatori/pazienti). Al fine ultimo di assicurare la massima tutela della salute pubblica, lo Stato Italiano funge da regolatore (e terzo pagante) negli scambi di beni farmaceutici: la domanda di prodotti farmaceutici da parte del consumatore/paziente è normalmente intermediata dal medico il quale, a sua volta, prescrive il farmaco sulla base delle informazioni scientifiche a lui fornite dalla casa produttrice. In questo quadro, risulta evidente l’importanza di porre, da parte dell’autorità pubblica, diversi vincoli ed esercitare un attento controllo nelle varie fasi di ricerca, sperimentazione, sviluppo, produzione, promozione e vendita dei prodotti farmaceutici attraverso una specifica procedura di autorizzazione all’immissione al commercio. Per di più, sempre a tutela della salute pubblica, lo Stato impone una segmentazione dei farmaci dal punto di vista delle modalità distributive, distinguendo farmaci etici, aventi funzione terapeutica essenziale e vendibili solo dietro prescrizione diretta del medico, farmaci Senza Obbligo di Prescrizione, acquistabili con la sola intermediazione del farmacista, e farmaci Over The Counter, nella piena disponibilità del consumatore (sullo scaffale appunto).

Insomma, il farmaceutico è un mercato complesso, un vero e proprio luogo per addetti ai lavori, e le agenzie di brand naming non fanno eccezione.

 

Le peculiarità del brand naming farmaceutico

Come anticipato, nel farmaceutico esiste un iter particolare prima che qualunque farmaco possa essere messo in commercio: è necessario che l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, organo posto all’interno del Ministero della Sanità, dopo aver effettuato tutte le valutazioni necessarie (chimico-farmaceutiche, biologiche, farmaco-tossicologiche, cliniche e – punto di interesse qui – di denominazione e descrizione) conceda l’AIC (Autorizzazione all’Immissione in Commercio), assicurando in questo modo i requisiti di sicurezza ed efficacia del farmaco, non solo dal punto di vista strettamente clinico ma anche, appunto, di comunicazione al consumatore/paziente. Nel momento in cui l’AIC è concessa, questa diviene la vera e propria carta di identità del farmaco, stabilendo in maniera ufficiale, il nome del medicinale, la sua composizione e tutti gli aspetti terapeutici, di assunzione, di rischio, etc.. In tutti i Paesi membri della UE (e quindi anche in Italia) per l’immissione in commercio è necessaria anche l’autorizzazione comunitaria.

L’AIFA, al fine di tutelare il consumatore/paziente, ragiona in modo più severo, o quantomeno diverso, rispetto all’UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi), dove il nome verrà (nella stragrande maggioranza dei casi) depositato come marchio. Vista la natura così delicata dei beni in oggetto e le potenziali conseguenze dannose di una errata assunzione, l’AIFA si preoccupa dell’uso di farmaci con indicazioni terapeutiche anche molto lontane tra di loro e a evitare le confusioni. Tra gli strumenti che lo Stato utilizza a questo fine c’è l’autorizzazione alla denominazione del farmaco. Lo scopo è ridurre al minimo il rischio che il medico prescriva il farmaco sbagliato (perché ad esempio lo confonde con un altro particolarmente diffuso o presente in pubblicità). Negli Stati Uniti, dove pure la FDA (Food and Drugs Administration), l’organo equivalente dell’AIFA, effettua un controllo preventivo alla messa in commercio sulla denominazione dei farmaci, stima che, sul totale delle errate prescrizioni di medicinali che causano almeno una morte al giorno e circa 1,3 milioni di feriti ogni anno, circa il 12,5% sia dovuta a confusioni sul nome. Addirittura l’FDA ha la facoltà di ordinare il cambio del nome all’azienda, in seguito ad evidenze gravi sulle errate prescrizioni dovute a confusione sui nomi. Per farsi un’idea, a questo link c’è un lungo elenco di farmaci frequentemente confusi dai medici statunitensi, stilato a cura dell’Institute for Safe Medication Practices. Ad esempio sono spesso confusi Aciphex, farmaco per il riflusso gastroesofageo, e Aricept, che incrementa le funzionalità delle cellule nervose del cervello, oppure Actos, medicina per il diabete, e Actonel, utilizzato nel trattamento dell’osteoporosi.

Ma lo scopo del controllo sul nome è anche prevenire il rischio che il paziente richieda il farmaco errato al farmacista (nel caso di farmaci senza obbligo di ricetta), rischio ancora più plausibile dato che il paziente non è un esperto (pare infatti che sia proprio questo il problema più rilevante, in un Paese in cui l’autodiagnosi su Internet viene applicata da circa la metà dei pazienti) . Il rischio di assumere il farmaco sbagliato per ragioni di naming non è un rischio da poco, come illustra il bell’articolo (non recentissimo ma sempre più che interessante) pubblicato dall’INTA riguardo il naming dei prodotti farmaceutici.

A questo proposito, non si può non parlare del sistema degli INN (International Nonproprietary Names), nomi generici (standard) ufficialmente e internazionalmente attribuiti a un farmaco o a un principio attivo, sistema di attribuzione coordinato dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dal 1953, volto a evitare errori di prescrizione. Il sistema è stato coniato proprio a favore delle agenzie nazionali del farmaco per agevolarle nel processo di approvazione dei nomi dei nuovi farmaci: in linea generale, i marchi approvati non dovrebbero essere derivati a INN al fine di evitare confusioni (dettagli qui e qui).

Quindi, per riassumere, ogni azienda farmaceutica, in Italia, deve ricevere l’autorizzazione sia dell’AIFA che dell’UIBM per commercializzare il proprio farmaco e depositarlo come marchio. Fanno eccezione solo i farmaci equivalenti (generici) che possono essere immessi sul mercato anche senza marchio commerciale oppure con il solo nome del principio attivo seguito o meno dal nome del produttore, ma anche a questo riguardo la materia è complessa e distingue i farmaci sulla base della validità del brevetto che li caratterizza e ad altri parametri (rimandiamo al documento del Garante della Concorrenza e del Mercato citato sopra e ad altri testi specialistici).

Quali conseguenze sul processo di brand naming?

La prima conseguenza di questa situazione peculiare sul processo di creazione del nome del nuovo farmaco è in realtà una premessa e riguarda la scelta dell’agenzia da parte dell’azienda farmaceutica: la competenza – possibilmente la specializzazione – nel settore è tutto, sapere come ragiona l’AIFA, quali sono le dinamiche del settore a livello di internazionalizzazione hanno un grande valore. Scegliere una agenzia specializzata permette sicuramente di evitare da un lato il periodo di apprendimento delle peculiarità del settore farmaceutico da parte dell’agenzia e dall’altro il rischio di dover ripetere l’iter autorizzativo che potrebbe avere conseguenze letali sul time-to-market, come vedremo a breve.

La seconda conseguenza è legata nelle modalità distributive (farmaci etici, SOP e OTC) che ha delle importanti implicazioni sul nome del farmaco dato che quest’ultimo troverà, nella prima classe, come destinatario primario il medico, nella seconda il farmacista, nella terza il consumatore finale.

La terza conseguenza è a livello di processo di tutela del nome: abbiamo visto che occorre confrontarsi, in Italia, non con uno, ma con due enti pubblici (senza contare le altre agenzie del farmaco e dei marchi nazionali ed europee negli altri potenziali mercati di destinazione). Questa coesistenza impone alle aziende e alle agenzie di effettuare più ricerche di anteriorità in contemporanea e, in linea generale, puntare prima all’approvazione da parte dell’AIFA (che è tendenzialmente più severa) o poi a quella dell’UIBM.

La quarta conseguenza è il punto di arrivo del processo creativo: lo sforzo numerico dei nomi possibili sui quali effettuare la scelta finale deve essere sicuramente superiore (non più un unico nome potenzialmente da registrare, ma di più), perché l’AIFA potrebbe ritenerne non idonei uno o più d’uno e – dati i tempi non brevi, come detto, di quest’organo della Pubblica Amministrazione – conviene non rischiare di penalizzare il time-to-market.

La quinta conseguenza si presenta a livello di internazionalizzazione: in generale, quando si esce dall’Italia, (e le imprese farmaceutiche sono fortemente internazionalizzate a causa della dimensione relativamente ridotta dei mercati nazionali) il settore farmaceutico è fortemente disomogeneo da Paese a Paese, richiedendo alle imprese che operano su scala multinazionale grandi sforzi per rispondere alle peculiarità di ciascuno (nella regolamentazione dei prezzi, dei canali distributivi, delle modalità di accesso e dei meccanismi di rimborso e, appunto, nella denominazione). Queste differenze persistono nonostante la tendenza a una progressiva armonizzazione a livello quantomeno europeo. Nello specifico, gli organismi regolatori come l’AIFA cambiano profondamente nella natura e negli approcci di Paese in Paese e alcuni si distinguono per particolare severità. Per di più esiste, in Europa, un organo comunitario, la EMA (Agenzia Europea per i Medicinali), che concede alle aziende attive nei Paesi membri la sopra citata autorizzazione all’immissione in commercio comunitaria ed effettua ulteriori controlli sull’andamento del mercato. È evidente che la casa farmaceutica ha tutto il vantaggio di utilizzare il medesimo nome a livello globale (per i risparmi che questo comporta in termini di marketing), ma molto spesso proprio i differenti approcci delle agenzie del farmaco, ancor prima di quello dell’organo di deposito dei titoli di proprietà intellettuale, impongono l’uso di nomi diversi da Paese a Paese. Inoltre, come avviene in molti ambiti e settori, il valutatore è umano, si confronta con le proprie conoscenze e mette in atto (purtroppo o per fortuna) anche propri criteri personali (non a caso molto difficilmente le agenzie del farmaco esprimono chiaramente il perché di un rifiuto a un determinato nome).

Diesis: un nome musicale per il nuovo misuratore di pressione di Chiesi

Diesis è il nuovo misuratore di pressione cardiovascolare di Chiesi.

Il termine diesis proviene dal greco antico e si ritrova nel latino, con il significato di “intervallo, passaggio”. Da secoli, nel mondo della musica, identifica uno speciale segno che aumenta di un semitono la nota cui è associato.

In un mercato caratterizzato da naming focalizzati sui concetti di “controllo” e “misura”, tendenzialmente tecnici e freddi, si è voluto espandere il campo di ricerca pur partendo da parole evocative del prodotto e delle sue funzioni e caratteristiche.

Ed ecco dunque che dalla fusione e abbreviazione delle due parole “diastole e sistole”, a tutti note come “pressione minima” e “pressione massima”, emerge un nome breve, facile da leggere e da ricordare, unico e distintivo, che con il suo stile semplice ed elegante si sposa bene con la praticità e la facilità d’uso e di lettura, e la qualità e l’affidabilità dello strumento.

Aroè: dal greco antico un termine distintivo per il farmaceutico

Creare oggi un nome forte e distintivo per il settore healthcare, sia che si tratti di un farmaco etico, di un farmaco senza obbligo di ricetta o di un dispositivo medico, è la sfida più appassionante. Innovare e distinguersi dalla concorrenza è fondamentale in un settore caratterizzato da grande competitività e da normative molto rigide, che spesso vietano l’uso di termini descrittivi del prodotto e dei suoi benefici.

Aroè è il nome che abbiamo creato per il nuovo prodotto di Italchimici indicato per il trattamento dei sintomi correlati al reflusso gastroesofageo. 

Il nome Aroè prende come punto di partenza il termine greco antico "roè=flusso”, con l’aggiunta iniziale della lettera “A” con valore negativo (α- privativo greco), per ottenere un neologismo che rimandi al significato di “senza flusso”, e per esteso all’idea di “no reflusso”.

Aroè è un nome molto breve e ricco di sonorità, grazie alla presenza di tre vocali diverse che richiamano l’apertura, la rotondità, il dinamismo. L’unica consonante presente nel nome, la “R”, e l’accento tonico sull’ultima vocale amplificano il senso di dinamicità. Il nome Aroè è stato pensato per il mercato italiano, territorio di distribuzione del nuovo prodotto.

Kedrion, solidità proiettata verso il futuro

Kedrion è un’azienda biofarmaceutica specializzata nello sviluppo, produzione, commercializzazione e distribuzione di farmaci plasmaderivati per il trattamento di patologie particolarmente gravi e debilitanti, come l'emofilia e le immunodeficienze, ed è l'azienda di riferimento del Servizio Sanitario Nazionale in questo settore. Inoltre le sue competenze sono messe al servizio di partnership strategiche con le realtà sanitarie di altri paesi

Il nome Kedrion si basa sulla radice del termine greco Kedros, “cedro”, pianta di alto fusto (in Italia conosciuta come “cedro del Libano”), dal legno pregiato e odoroso, nobile e longevo, che in numerose culture antiche ha assunto un potente valore simbolico di incorruttibilità e immortalità. Il suono breve e deciso comunica sicurezza e solidità: il richiamo al mondo greco evoca tradizione e competenza, la sillaba finale rimanda a sonorità tecnologiche e chimiche e proietta il nome verso il futuro.

Fedra, la nuova pillola anticoncezionale che evoca l'universo femminile

Schering battezza Fedra la sua nuova pillola anticoncezionale per il mercato italiano.

L’obiettivo della nostra ricerca era quello di trovare un nome che portasse un po’ di colore e di fantasia in un settore che in linea generale ne è carente; i nomi dei prodotti per la contraccezione femminile sono infatti perlopiù descrittivi, e ripetono le radici classiche legate al mondo della donna (gyn) e del suo ciclo.

Per il nuovo nome ci si è invece orientati verso nomi evocativi dell’universo femminile, capaci di dare al prodotto una forte personalità, e di renderlo una proposta unica, distintiva e memorabile. L’originalità del nome Fedra risponde pienamente a queste esigenze, mentre la sua origine classica suggerisce la serietà e la garanzia del prodotto.

Il nome è un bisillabo piano, facile da pronunciare e da ricordare per entrambi i target, quello medicale e quello rappresentato dal consumatore finale: le donne.

Il nome Fedra è risultato inoltre un’ottima opportunità di comunicazione in quanto, suscitando un relativo interesse per la sua originalità rispetto alla concorrenza, ha permesso di costruire una storia intorno al prodotto, sia prendendo spunto dalla tragedia greca, sia modificandola leggermente nei suoi punti più oscuri.